8519
Due passi a destra. Tre passi a sinistra.
Applausi.
Testa in alto. Schiena dritta.
Due passi a destra. Un passo a sinistra.
Le tende tirate per favore che qui la luce ch’entra dà fastidio agli occhi.
Accendi la musica, grazie.
E un applauso? Non siate timidi per favore.
Pane bianco a fette.
Timer da cucina, a forma di cuoco.
Matriosche incerte sull’armadio del corridoio.
Mi ricordo che era agosto e cercavo di ricordare dove stavi.
Il sottopasso l’avevan chiuso. Non avremmo potuto andare al mare se non facendo un giro assurdo.
La danza da piccola. Quello era il ricordo più diluito, meno lucido, che andava e veniva.
Ciao.
Ciao. Tu qui?
Sì. Anche tu vedo.
Sì ma fino a domani.
….
Stai bene?
Sì. E tu?
Sì. Senti ti piacerebbe se…
Ti chiamano dal negozio, da fuori che sta uscendo lei (una qualsiasi), con due borse azzurre di carico assurdo.
Devo andare.
Va bene.
Allora ciao.
Buon rientro.
Grazie. Magari ti chiamo.
Nessuna risposta a una domanda che poi non lo è.
Gli otto o dieci anni fa che erano, quando (là) pioveva poco o niente.

8518
maggio.
piaggio.
taleggio.
8517
il (suo) compleanno che l'ho dimenticato.
il ventisei che sta per venire.
la canzone del prisma e delle finestre.
8516
l'attesa estiva al fondo binario.
il colore verde d'auto.
di (quelle) 5 terre, da qualche parte lì insomma.
8515
il quinto piano.
la libreria con mille cose e ciappi.
il tavolino basso e la carta da sigaretta.
8514
l'email disposta a poesia.
la cena. il compleanno. la macchina finta.
la via di fronte al deposito.
8513
capitò di dormire come in nidi di vespe mentre salumi (af)fumicavano in cantina. lei cantava ma serviva a niente mentre il vecchio rimangiava lupini e la donna (l'altra) usciva per spese e chiacchiere, domandandosi poi lei dov'era costui.
8512
la cintura stretta in vita.
l'armonica di g.
sì perché.
8511
nella casa non c'erano nuove modifiche.
8510
fa del tuo meglio.
8509
e la calura aumentava senza che nessuno la sorvegliasse.
8508
e il loro cercare e disegnare era in due posti diversi presto incrociati.
8507
e rossella disegnava cuspidi.
8506
e nicola cercava mantidi.
8505
era sì calura (già troppo) forte in quell'agosto iniziato tardi.
8504
l'avrebbe sgridata. l'avrebbe cercata. l'avrebbe abbracciata. e lei (molto) poi si sarebbe dispersa come donna talco lasciando sull'asfalto di agosto solo piccoli punti bianchi, derubati di fragranza.
8503
non c'è mai niente di personale nella scrittura come quando dici che tuo padre andava via (troppo) spesso, compresi i gg di febbre forte, e che da allora ci sono gli attacchi morbosi a cose, persone, opere e parole.
8502
c'era il tempo di lasciar stare, senza raccolta.
8501
così diceva che nessun livore avrebbe potuto portarti via.
8500
nella stanza del burattinaio non hai che da scegliere (il posto).
8499
il segno delle dita.
quelli impilati.
non riciclabile.
8498
la pasta sulla giacca.
dumbo in capanna armocidea (solo un minuto veh).
ad andar per la maggiore.
8497
la cascina dei tanti fratelli.
la casa mai avuta sull'albero.
l'opulenza rivista in loro stessi.
8496
c'era il non luogo dove tu ti perdevi, dove lei diceva di aver cambiato pagina e dove tu ti parlavi perplesso. c'era il luogo dove eravate passati insieme, intrecciandovi, lei coi suoi lunghi capelli castano chiari, tu alto e col broncio. c'era il non luogo dove tu ti rifugiavi a scrivere, dove lei andava a spulciare le vecchie foto su flickr. c'era il luogo dei piedi poggiati per terra, di adesso e di poi, che poi per voi sarebbe stato (disperatamente) uguale.
8495
lui che ti tirava tra i capelli col non detto delle ore passate al sole del mare dell'elba.
tu che mordevi sai il coso che hanno in bocca i cavalli che non ricordo il nome, beh insomma quello, ostinato tu più di lui, aspettando cosa poi lo sai solo tu.
sì perché in ogni storia c'è uno che aspetta.
come quando tiri su i pantaloni, come tutti gli uomini, diceva suo padre.
8494
di nuovo avrebbe detto che...
no, alla fine credo che non avrebbe detto niente.
eppure, mi era parso, ma forse sbaglio.
certo che ti sbagli. non ha detto nulla.
già. sì ma dicevo che forse speravo o intuivo o boh... sai com'è, quando ci si illude, da scemi e...
certo, da scemi...
ma tra quanto arriverà?
presto, così (mi) ha detto.
8493
no, non è per dire che ti inseguo o che ti cerco o che sussulto se vedo che non chiami, pensava lui (avendo già il suo bel da fare). no, non è per dire che è come se avessi sbloccato qualcosa che era andato grippandosi nel e col tempo.
"SALVA CON NOME"
Non è propriamente un racconto: Salva con nome è una mappa che ci conduce, ancor più che nel cuore pulsante di una relazione tra due persone, nella sua estensione eterea, nel suo vagare tra mondi emozionali che corrono sul filo della comunicazione. Legata oggi più che mai alle nostre esistenze, essa ha la potenza di renderle sostanza virtuale, aerea. Sfuggente.
Su questo filo e in questa sostanza si muovono Martina e Sergio, raccontando, senza realmente dire, una generazione che ha assistito alla nascita dei cantautori e dei videogiochi, ha vissuto il terrorismo e la guerra fredda, ha visto il proprio padre uscire di casa con il borsello e la propria madre con la pelliccia, è stata succube dello stereo 8 e del cd, del vhs e del dvd, tutto in una sola vita. Quella generazione dei figli degli anni ’60-’70 di cui non si parla mai, quelli che nel ’68 - se erano già nati - andavano all’asilo nido e sono rimasti senza una vera identità culturale, epocale. Nemmeno i due protagonisti la raccontano, essendo totalmente immersi nel loro presente. Ma attraverso questa partitura a quattro mani sincro-diacronica, danno una precisa connotazione del loro sentire, un sentire intenso, forte, talvolta scomodo.
Il contesto: Milano e periferia, una città caotica e straniante dove sempre più possono essere i cellulari e le e-mail a connetterci, contrarre distanze fisiche ed emotive, da tenere o cancellare. Parole, sms scritti con la lettera maiuscola privati della scarnificazione verbale propria degli adolescenti e vissute invece con la sacralità di lettere incise su un vecchio taccuino, nascoste in un cassetto e riscoperte in chissà quale futuro, tra polvere e ricordi.
L’importante è salvare - preferibilmente - con nome.
Il nome, che toglie dall’oblio e promette durata.
Alle prime righe ci si accorge di essere già completamente dentro questa narrazione in tempo reale, complici di lei, di lui, delle loro contraddizioni, inquietudini, desiderosi, ansiosi per un telefonino che nel momento del bisogno esala l’ultimo respiro di batteria, e che inesorabilmente ci abbandona quando rispondere ad un messaggio può decisamente cambiare lo svolgersi dei nostri destini. Il testo scritto è un magma ribollente di pensieri, decisioni, emails, frasi scritte su un’agenda o in un cellulare. Ricordi, periodi sospesi.
Martina e Sergio si amano di un amore inquieto e complice, consapevoli che forse non sarà per sempre, ma bisognosi di andare fino in fondo. Sono coraggiosi e sinceri, lei più matura, lui un po’ egoista: entrambi cercano la fuga utopica dalla banalità. Se la concedono, anche se sufficientemente scaltri, figli di un mondo che ha tolto loro certezze.
Hanno bisogno di aiutarsi, hanno bisogno di scambiarsi sotto la pelle quel mal de vivre che può cambiare di segno e diventare straordinaria carica vitale. Per questo intuitivamente si cercano, disposti a rinunciare a situazioni più rassicuranti ma vuote del significato che vanno cercando. Infine, la catarsi; e quel cellulare - medium insufficiente - che, nel momento in cui l’incontro si fa possibile, viene buttato nel fiume, spaventando quegli uccelli dalle lunghe zampe, che chiamano aironi.........
Cristina Trivellin
2008
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ma avrebbe prima disarmato il gatto, quello vecchio e randagio del numero diciotto.
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accorgitene
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